Union Feltre, l’intervista a Simone Malacarne (di A. Cossalter)

SIMONE MALACARNE, IL CAPITANO DI UN GRUPPO SPECIALE

Il papà del Mala non se n’è persa una, mi sa. In casa o in trasferta, visto sempre. Simone gioca poco, ma il papà non abbandona, ed ha quel modo delicato di esternare il proprio dispiacere che ci si parla volentieri, e si riesce inevitabilmente solidali.
Capitàno, il babbo il suo supporto non lo fa mancare mai.
“Non solo nelle partite! Spesso è presente anche agli allenamenti: sai, io sono qui da quattro anni, nella squadra della mia città, finisce davvero che si creano legami e rapporti quasi familiari. Papà conosce un bel po’ di ragazzi, quando lavorava in Svizzera ha fatto il calciatore, ed a discreti livelli… Gli piace seguirci, partecipa alle nostre vicende, che io giochi o, come quest’anno, giochi meno”.
Quest’anno giochi meno, in effetti. Quante, da titolare?
“Una, col Mestre all’andata. Poi sono sempre subentrato”.
Mai mezza parola, comunque, mai neanche un segno d’impazienza. Da buon capitàno, appunto.
“Non è neanche quello, sai. E’ che per me è sempre venuta prima la squadra. Il bene del gruppo. Naturalmente, vorrei giocare di più: sarebbe preoccupante il contrario, che un calciatore nella mia situazione stesse bene così. Ma ho assoluto rispetto per le decisioni del mister. E certo non smetto di dare tutto quello che ho da dare in ogni allenamento. Ecco, al di là del mio caso specifico, questa è una gran dote della nostra squadra: anche chi fa zero minuti la domenica, durante la settimana sputa l’anima”.
Così nessuno dei “titolari” si adagia sugli allori.
“Punto uno. Punto due, ancora più importante: se tutti danno il massimo in allenamento, il ritmo non cala mai, l’atteggiamento di tutti sarà sempre quello giusto. Guarda domenica a Mogliano: perchè facciamo una partita di quell’intensità? Per come ci alleniamo. Se metà del gruppo, o comunque una buona fetta, cominciasse a mollare, a farsi gli affari suoi, quelli che poi giocano potrebbero permettersi di allenarsi sotto-ritmo, ed inevitabilmente ne vedremmo in campionato gli effetti negativi”.
Anche tu mi dici che questo è un gruppo speciale, insomma. “E non te lo dico per dire. E’ la verità. Se dopo sei sconfitte consecutive offri due prestazioni come quelle con Abano e Mestre, significa che hai reagito di gruppo. Ne sei uscito perchè il tuo atteggiamento è stato costruttivo, perchè tutti hanno avuto l’intelligenza di continuare a ragionare di squadra”.

A proposito di gruppo, di senso di squadra: com’era al Milan?
“Grande esperienza. Ci ho fatto cinque anni, dai Giovanissimi alla Primavera”.
Ho visto le tue foto con Pirlo, con Kakà, con Inzaghi…
“Vabbe’, quello era il top, puoi immaginare. Ma a me è rimasto di più il rapporto con alcuni degli altri ragazzi come me, che magari adesso giocano ai livelli più alti”.
Per esempio?
“L’ultimo anno ero in camera con Alberto Paloschi”.
Gran prospetto, secondo me. Ora lo si vede più spento, proprio negli occhi. Fino a qualche anno fa pareva un po’… il Belotti di adesso, argento vivo, e in area letale…
“Esatto. Guarda, c’era una cosa sua che mi colpiva: la fame. Pressava su tutti, per novanta minuti. Non si fermava mai. Poi sono arrivate stagioni, penso alle ultime, dove ha fatto fatica, dove ha giocato meno. E probabilmente a livello inconscio ti scatta qualcosa per cui perdi convinzione”.
Altri che ti impressionarono?
“Due nomi: Darmian ed Aubameyang”.
Forti. Ma si poteva intuire che il secondo avrebbe fatto cose tanto importanti?
“Sinceramente io non avrei detto che sarebbe diventato uno degli attaccanti migliori d’Europa. Ma una cosa era chiara: aveva dieci marce in più rispetto a noi “normali”. Una saetta, fisicamente di un altro pianeta, strutturato, solido a contrasto…”
Il Milan l’ha dato via così, al volo…
“Idem per Darmian, ma non mi chiedere il perchè, proprio non te lo saprei dire”.

E tu, dopo il Milan, professionismo in C: quanti anni?
“Quattro. Iniziai dal Pizzighettone, C2, per capirsi. Ma ero già di proprietà della Cremonese, che militava in C1 e volle farmi fare quell’anno di apprendistato. La stagione successiva la feci in grigiorosso, e poi altri giri, fino al Treviso, c’era anche Madiotto, ottenemmo la promozione in C1”.
E lì?
“E lì niente, gran parte della squadra se ne andò, me compreso. Giovanni rimase. Ma era una società piena di problemi, diciamo che in questi anni i problemi non li hanno davvero risolti mai… Fallirono”.
Tu nel frattempo ti trasferisti a Montebelluna, scendendo di categoria: strano, per uno che aveva vinto da protagonista una C2…
“E’ il calcio che è strano, a volte. Forse ci sono giri giusti e giri sbagliati, boh… Fatto sta che ad agosto io ero ancora senza squadra, e quando mi cercarono in D accettai. Comunque non fu una brutta esperienza la mia: vero, persi i primi quattro mesi per un infortunio, ma poi seppi ritagliarmi un bello spazio, e contribuii alla salvezza che raggiungemmo ai play-out”.
L’estate successiva, l’approdo all’Union Ripa La Fenadora.
“Precisamente. Io, Salva e Lillo, che arrivò pochi mesi dopo, siamo i veterani della squadra, dai”.
Ma tu che tipo di centrocampista sei? Io davvero ti ho visto giocare poco e niente…
“Mi piace giocare tanti palloni. Anni fa avevo più corsa, più quantità, poi è prevalsa la qualità. Comunque sono un giocatore piuttosto duttile, ho fatto tante partite anche da terzino, e qualcuna da esterno alto. Ma i ruoli che sento più miei sono senz’altro mezzala e terzino”.

Chiudiamo con l’eterno dubbio sul nostro finale di campionato: dobbiamo guardare davanti, ambiziosi, o è meglio tener sott’occhio quelle dietro, e vedere di farle restar là?
“L’ambizione è fondamentale, nello sport e nella vita. Ma il realismo non lo è di meno. Dunque, io dico di pensare a noi stessi, alle nostre partite, a vincere già da domenica. La corsa va fatta su noi stessi”.
E magari un pochino sul Belluno, siamo stati avanti per cinque mesi noi…
“Eh, lo so. Ma pensiamo all’Union, e poi le cose vanno a posto…”

Alessandro Cossalter, collaboratore Union Feltre

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